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costellazioni familiari: “il doppio legame”

SENZA RADICI NON SI VOLA … ed eccovi un altra occasione per “stare bene”.. magari alle volte non è facile e ci si sta anche male, ma gli incontri di Costellazioni Familiari, tenuti da Stefano Saviotti presso il Centro RuYi a Bologna, sono momenti indimenticabili che ti guidano con dolce fermezza alla visione e risoluzione del problema che ti sta impedendo di prendere il volo!

quando?domenica 10 maggio 2015 dalle ore 9.00 iscrizione, ore 9.30 inizio, ore 13.00 pausa pranzo, ore 14.30 ripresa, ore 18.30 conclusione.

dove? centro RuYi via delle Lame 69 Bologna

con chi? dott. Stefano Saviotti e dott.ssa Diana Marchesi

Info ed iscrizioni: mail: info@ruyi.it, sito: http://www.ruyi.it, tel. 051553210.

il tema trattato:

Ciò che ci lega ai nostri genitori è una forza d’amore primaria: quella della fedeltà. La sua tenacia la porta ad esprimersi in un modo estremo, positivo o negativo che sia. Quello che rende difficile maneggiare questa forza è la sua stessa imprescindibile necessità: la vita dei figli ha avuto origine dai genitori. Il dono della vita crea un legame che può manifestarsi in molti modi, a volte anche sotto forma di un totale rigetto, ma, a ben guardare, si rivela essere sempre indissolubile.

Già questo, nella vita reale, non è sempre facile da riconoscere e comprendere. Per di più, interviene un secondo fattore a complicare le cose: il fatto che i genitori sono anch’essi figli. In quanto figli, tendiamo a vedere i nostri genitori solo come tali, invece loro, dato che anch’essi sono figli, vedono principalmente se stessi come figli dei propri genitori. E così, nella maggioranza dei casi succede che i genitori si rivolgano, spesso inconsapevolmente, ai propri figli in modo duplice: come genitori e come figli.

Ne consegue che, i genitori diventano portatori di un doppio messaggio. Come genitori vorrebbero che i figli fossero diversi e migliori di loro stessi, che realizzassero le loro aspirazioni, utilizzando gli strumenti che hanno lasciato ad essi in eredità. Come figli, invece, sembrano chiedere ai figli di fare proprio come loro, di seguirli e di imitarli, e così assolverli dalle loro carenze e dalle loro debolezze.

La stessa cosa succede a noi stessi nel momento in cui ci ritroviamo a essere genitori. Da un lato ci sentiamo orgogliosi di lasciare andare i nostri figli incontro alla vita, forti delle ricchezze morali e materiali che abbiamo loro trasmesso. Dall’altro, spesso più sottilmente e inconsapevolmente, chiediamo loro di non abbandonarci, di perdonarci gli errori, che abbiamo inevitabilmente commesso, quando eravamo più giovani.

Questo si incontra con il fatto che da bambini ci sentiamo tanto onnipotenti che ci colleghiamo facilmente con il secondo messaggio. Dato che nell’infanzia daremmo la vita per vedere i nostri genitori felici, ci sintonizziamo spontaneamente con la loro parte bambina. Le loro mancanze risuonano in noi fortemente, le sentiamo come richieste indirizzate proprio a noi e ci sentiamo obbligati a soddisfarle, anche a caro prezzo.

Il bambino non pensa che così facendo i genitori non avranno nessun vantaggio, anzi si sentiranno giudicati e criticati. Come nella parabola dei talenti, i genitori, quando si riconoscono tali, non sono affatto contenti nel vedersi restituire intatta l’eredità che ci hanno lasciato. Da adolescenti, poi, sentiamo il peso di quelle che continuano a sembrarci richieste rivolte direttamente a noi e cerchiamo di sfuggirle, ribellandoci oppure infliggendoci infelicità che diano il segno della frustrazione che proviamo.

Da adulti ritorniamo, spesso dolorosamente, a fare i conti con tutto questo. Oscilliamo fra l’atteggiamento adolescenziale e quello infantile: fra il bisogno di mettere fra noi e i nostri genitori una distanza che ci salvaguardi e l’antico desiderio, mai del tutto sopito, di essere così importanti per loro da spingerli a guardarci per quello che siamo e così entrare in contatto con loro e finalmente riuscire a guarirli e a salvarli.

Se siamo genitori, non sarà difficile renderci conto che anche noi stessi siamo stati presi in questo meccanismo. Quando i nostri figli reagiscono in modo inaspettato, quando sembrano recepire qualcosa che non esprimiamo, vuol dire che sono collegati alla parte di noi stessi che non è cresciuta e che ancora aspetta un contatto più profondo con chi ci ha generato. Vediamo i nostri figli rispondere non tanto a ciò che desideriamo trasmettere loro, ma soprattutto a ciò che non vogliamo vedere di noi stessi.

Sia che siamo genitori, sia che non lo siamo, dato che siamo comunque figli, sarebbe utile, per la nostra vita e per quella dei nostri figli, riconoscere in noi stessi, anche tramite loro, le nostre parti rimaste bambine. In questo modo riusciremo a distinguere ciò che ancora ci aspettiamo da chi ci ha preceduto, da quello che vorremmo proporre e chiedere ai nostri figli e alle persone che attraversano la nostra vita.

Per consulenze individuali contattare sempre l’Ass. RuYi per prendere appuntamento.

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