costellazioni familiari, psicoterapia, Senza Categoria

Un amore grande

domenica 17 aprile 2016

Seminario di Costellazioni Familiari

Abitualmente consideriamo l’amore come se fosse un sentimento a se stante.

Distinguiamo l’amore da altri sentimenti come la rabbia, la paura, la tristezza o il dolore e lo contrapponiamo ad altri ancora quali l’odio, il rifiuto e il disprezzo. In base a questa ripartizione, che diamo per scontata, distinguiamo il comportamento nostro e degli altri; attribuiamo una qualità positiva o negativa alle nostre o altrui azioni a seconda di quale sentimento supponiamo esserne l’origine. I gesti, le parole e i comportamenti che ci paiono avere un intento benefico li attribuiamo all’amore, gli altri li percepiamo come se possedessero un movente dettato da altri sentimenti.

In questo modo, ci convinciamo che sia possibile vivere l’amore parallelamente ad altri affetti, che l’amore sia una opzione, una scelta personale. Questa scelta mostra la volontà o, quantomeno, la capacità di ciascuno di nutrire i sentimenti più nobili e altruistici oppure, all’opposto, la non volontà o l’incapacità di farlo. Armati di questo criterio, giudichiamo i sentimenti di cui siamo fatti oggetto: quelli che a nostro giudizio ci fanno del bene li valutiamo dettati dall’amore, quelli che ci sembrano dannosi li attribuiamo ad altri sentimenti negativi. Di conseguenza, diamo alla persona o al familiare che ci ha rivolto delle attenzioni il merito di averci amato e agli altri il difetto di non averlo voluto o saputo fare.

Per questa strada, arriviamo a dare un giudizio complessivo sulla nostra stessa esistenza.

Se ci sembra di essere stati amati, ci sentiamo dotati di una forza costruttiva e andiamo incontro alla vita con fiducia. Se, al contrario, valutiamo di non avere ricevuto amore a sufficienza, bensì di essere stati oggetto di sentimenti opposti all’amore, ci sentiamo in diritto di non essere contenti di noi stessi e degli altri; ci lamentiamo spesso di quello che ci succede personalmente e di come va il mondo.

Il giudizio più severo, spinti anche dal comune indirizzo della psicologia, è spesso quello che rivolgiamo verso i nostri genitori. Attribuiamo ad essi la responsabilità della nostra cattiva sorte: il fatto che non hanno voluto o saputo amarci ci sembra essere all’origine della nostra infelicità, malattia o insuccesso. Non sentendoci amati, ci crediamo autorizzati a non amare la nostra stessa vita. Rivolti ai genitori, pensiamo: perché metterci al mondo, se poi non siete stati capaci di darci le cure e gli affetti di cui avevamo bisogno? E così, giudicando la vita un peso e non un dono, abbiamo una buona giustificazione per non vedere quello che ci è stato dato e quello che la vita ancora potrebbe darci.

La mancanza che proviamo è tanto reale, da farci ritenere che la nostra valutazione sia del tutto oggettiva. Al contrario, ho spesso notato che non c’è proporzione fra quello che si è ricevuto e ciò che ciascuno crede di avere avuto dai genitori. Ci sono persone che hanno avuto “soltanto” il dono della vita e null’altro e non se ne lamentano, e altre che hanno avuto molto e sono sempre scontente – tanto che non si capisce più se la loro infelicità sia l’effetto della mancanza d’amore o invece la conseguenza del risentimento che sancisce quella mancanza.

Se questi sono gli esiti, se il sentirsi o meno amati diventa la scusa per non prendersi la responsabilità della propria felicità, forse sarebbe meglio cambiare prospettiva.

Potremmo dare all’amore un posto diverso.

Potremmo vedere nell’amore non solo la sua faccia “buona”, la benevolenza o l’affetto, ma proprio il terreno stesso su cui si declinano i sentimenti che ci legano con i nostri familiari e con le persone con cui abbiamo relazioni sentimentali.

Così facendo, l’amore ci apparirebbe non come un sentimento fra gli altri, ma come IL sentimento, come il grande contenitore di tutti i sentimenti. Allora vedremmo tutti i sentimenti, sia i nostri, sia quelli altrui, come manifestazioni di questo unico sentimento. Se le circostanze sono favorevoli, l’amore può mostrare il suo volto più benefico; se, invece, qualcosa si frappone e impedisce il suo impetuoso fluire, l’amore si trasforma in una potenza tanto distruttiva, da farcelo sembrare il suo contrario.

Certo, sembra impossibile e perfino ingiusto ascrivere all’amore certi comportamenti di negazione e prevaricazione. Se non bastasse la nostra esperienza personale, continuamente veniamo informati di quanto proprio all’interno delle relazioni parentali e affettive si sviluppino i sentimenti più distruttivi. Eppure, dovendo uscire da certe situazioni o difendersi dai loro effetti, cosa è meglio fare? E’ meglio la riprovazione e la condanna, che legano i protagonisti al male che c’è stato senza speranza? oppure ricordare che è proprio la sua stessa potenza che a volte rende l’amore così difficile da maneggiare?

Nel primo caso, avremmo un buon motivo per giudicare; avremmo chiaro chi sono i colpevoli e chi gli innocenti, quali le vittime e quali i carnefici, ma questo ci sarebbe di poco aiuto, lasciandoci soli a coltivare il nostro giustificato rancore. Nel secondo caso, saremmo spinti a proseguire la nostra ricerca; a continuare a chiederci come mai, visto che tutti abbiamo la necessità di essere amati e di amare, un così condiviso bisogno a volte si trasformi in qualcosa che sembra negarlo.

Per fare questo, il prezzo da pagare non sarà piccolo: dovremo rinunciare alla nostra infantile presunzione di innocenza. Eppure, mantenendo la domanda aperta, vivendo e crescendo, il nostro stesso sentimento d’amore continuerà a svilupparsi e a darci risposte sempre più ampie e comprensive.

Mediatore: dott. Stefano Saviotti

Accompagnatrice: dott.ssa Diana Marchesi

Orario: ore 9.00 iscrizione, ore 9.30 inizio, ore 13.00 pausa pranzo, ore 15.00 ripresa, ore 19 conclusione.

Luogo: centro RuYi via delle Lame 69 Bologna

Costo: € 70.00 (coppie € 120.00, bambini e adolescenti gratis) più tessera associativa RuYi € 15.00

Informazioni ed iscrizioni: info@ruyi.it, www.ruyi.it _051553210/ 3386002461 (Alessandra)

 

Senza Categoria

costellazioni familiari: “il doppio legame”

SENZA RADICI NON SI VOLA … ed eccovi un altra occasione per “stare bene”.. magari alle volte non è facile e ci si sta anche male, ma gli incontri di Costellazioni Familiari, tenuti da Stefano Saviotti presso il Centro RuYi a Bologna, sono momenti indimenticabili che ti guidano con dolce fermezza alla visione e risoluzione del problema che ti sta impedendo di prendere il volo!

quando?domenica 10 maggio 2015 dalle ore 9.00 iscrizione, ore 9.30 inizio, ore 13.00 pausa pranzo, ore 14.30 ripresa, ore 18.30 conclusione.

dove? centro RuYi via delle Lame 69 Bologna

con chi? dott. Stefano Saviotti e dott.ssa Diana Marchesi

Info ed iscrizioni: mail: info@ruyi.it, sito: http://www.ruyi.it, tel. 051553210.

il tema trattato:

Ciò che ci lega ai nostri genitori è una forza d’amore primaria: quella della fedeltà. La sua tenacia la porta ad esprimersi in un modo estremo, positivo o negativo che sia. Quello che rende difficile maneggiare questa forza è la sua stessa imprescindibile necessità: la vita dei figli ha avuto origine dai genitori. Il dono della vita crea un legame che può manifestarsi in molti modi, a volte anche sotto forma di un totale rigetto, ma, a ben guardare, si rivela essere sempre indissolubile.

Già questo, nella vita reale, non è sempre facile da riconoscere e comprendere. Per di più, interviene un secondo fattore a complicare le cose: il fatto che i genitori sono anch’essi figli. In quanto figli, tendiamo a vedere i nostri genitori solo come tali, invece loro, dato che anch’essi sono figli, vedono principalmente se stessi come figli dei propri genitori. E così, nella maggioranza dei casi succede che i genitori si rivolgano, spesso inconsapevolmente, ai propri figli in modo duplice: come genitori e come figli.

Ne consegue che, i genitori diventano portatori di un doppio messaggio. Come genitori vorrebbero che i figli fossero diversi e migliori di loro stessi, che realizzassero le loro aspirazioni, utilizzando gli strumenti che hanno lasciato ad essi in eredità. Come figli, invece, sembrano chiedere ai figli di fare proprio come loro, di seguirli e di imitarli, e così assolverli dalle loro carenze e dalle loro debolezze.

La stessa cosa succede a noi stessi nel momento in cui ci ritroviamo a essere genitori. Da un lato ci sentiamo orgogliosi di lasciare andare i nostri figli incontro alla vita, forti delle ricchezze morali e materiali che abbiamo loro trasmesso. Dall’altro, spesso più sottilmente e inconsapevolmente, chiediamo loro di non abbandonarci, di perdonarci gli errori, che abbiamo inevitabilmente commesso, quando eravamo più giovani.

Questo si incontra con il fatto che da bambini ci sentiamo tanto onnipotenti che ci colleghiamo facilmente con il secondo messaggio. Dato che nell’infanzia daremmo la vita per vedere i nostri genitori felici, ci sintonizziamo spontaneamente con la loro parte bambina. Le loro mancanze risuonano in noi fortemente, le sentiamo come richieste indirizzate proprio a noi e ci sentiamo obbligati a soddisfarle, anche a caro prezzo.

Il bambino non pensa che così facendo i genitori non avranno nessun vantaggio, anzi si sentiranno giudicati e criticati. Come nella parabola dei talenti, i genitori, quando si riconoscono tali, non sono affatto contenti nel vedersi restituire intatta l’eredità che ci hanno lasciato. Da adolescenti, poi, sentiamo il peso di quelle che continuano a sembrarci richieste rivolte direttamente a noi e cerchiamo di sfuggirle, ribellandoci oppure infliggendoci infelicità che diano il segno della frustrazione che proviamo.

Da adulti ritorniamo, spesso dolorosamente, a fare i conti con tutto questo. Oscilliamo fra l’atteggiamento adolescenziale e quello infantile: fra il bisogno di mettere fra noi e i nostri genitori una distanza che ci salvaguardi e l’antico desiderio, mai del tutto sopito, di essere così importanti per loro da spingerli a guardarci per quello che siamo e così entrare in contatto con loro e finalmente riuscire a guarirli e a salvarli.

Se siamo genitori, non sarà difficile renderci conto che anche noi stessi siamo stati presi in questo meccanismo. Quando i nostri figli reagiscono in modo inaspettato, quando sembrano recepire qualcosa che non esprimiamo, vuol dire che sono collegati alla parte di noi stessi che non è cresciuta e che ancora aspetta un contatto più profondo con chi ci ha generato. Vediamo i nostri figli rispondere non tanto a ciò che desideriamo trasmettere loro, ma soprattutto a ciò che non vogliamo vedere di noi stessi.

Sia che siamo genitori, sia che non lo siamo, dato che siamo comunque figli, sarebbe utile, per la nostra vita e per quella dei nostri figli, riconoscere in noi stessi, anche tramite loro, le nostre parti rimaste bambine. In questo modo riusciremo a distinguere ciò che ancora ci aspettiamo da chi ci ha preceduto, da quello che vorremmo proporre e chiedere ai nostri figli e alle persone che attraversano la nostra vita.

Per consulenze individuali contattare sempre l’Ass. RuYi per prendere appuntamento.

costellazioni familiari

è ora di costellazioni!.. “il compito della restituzione”..

con immensa riconoscenza vi inoltro l’invito a partecipare all’ incontro di Costellazioni Familiari dal titolo “Il compito della restituzione” che si terrà domenica 25 gennaio nel centro RuYi in via Lame 69 a Bologna.
L’incontro è dedicato a tutti coloro che desiderano avere maggiore chiarezza sulle proprie relazioni affettive e fa anche parte del programma di formazione base per Mediatore Sistemico.

questa l’ introduzione al tema proposto..

… “Come noi, quando eravamo bambini, abbiamo avuto bisogno dei nostri genitori o di un loro delegato per potere sopravvivere, così, se tutto va bene, i nostri genitori hanno, avranno o hanno avuto bisogno di noi o di un nostro sostituto, quando sono, saranno o sono stati vecchi. Tanto quanto allevare i piccoli, accudire i genitori anziani o malati è un dovere a cui il sistema familiare attribuisce un carattere obbligatorio. In condizioni normali, non possiamo sottrarci ad esso. E’ proprio questa sua necessità che spesso ci fa vivere questo compito, non solo in modo molto faticoso, ma anche associato a un sentimento di ambivalente insoddisfazione.

Trovandoci ad assistere i genitori anziani o malati, si evidenzia come stanno veramente le cose tra noi e loro. E’ in queste occasioni, come in tutti i passaggi essenziali dell’esistenza, che gli ordini che regolano i sistemi familiari mostrano tutta la loro forza. Proprio perché quella con i genitori è la relazione che precede e impronta tutte le altre, è in queste occasioni che abbiamo la possibilità di riconoscere la realtà affettiva delle nostre relazioni primarie. Prendendo contatto con il groviglio di sentimenti che ci legano ad essi, abbiamo la possibilità di vedere con maggiore chiarezza quali sono i veri sentimenti che guidano le nostre relazioni con i fratelli, con il coniuge, con i figli e con gli altri in generale.

Dato che siamo figli, e i figli, come si sa, non sono mai del tutto contenti dei loro genitori finché questi sono in vita, avremo sicuramente qualche rimprovero da rivolgere loro. Più o meno velato che sia, questo sentimento, nel momento in cui dobbiamo spendere tempo ed energie per loro, diventerà più evidente, appesantendo il nostro compito. Forse non sono stati abbastanza presenti e allora il dover garantire loro la nostra assistenza ci peserà; forse non sono stati abbastanza espansivi e allora dover soddisfare i loro bisogni affettivi ci risulterà fastidioso; forse non sono stati abbastanza affettuosi, e allora doverci prendere cura dei loro corpi debilitati ci sarà difficile; forse sono stati troppo assillanti e allora la loro insistenza ci farà innervosire; e così via…

Comunque sia, il rimprovero ci impedisce di trovare il nostro posto di figli e quindi sarà difficile comportarci in modo sereno con loro. Così succede che, se li trattiamo come se fossero dei bambini, ci sentiamo insoddisfatti. Se ci sacrifichiamo per loro, qualcosa ci dice che non è giusto, né loro mostrano di gradirlo. Infatti, se trattiamo i nostri genitori, per quanto bisognosi siano del nostro sostegno, come figli, in un primo tempo ci sentiremo importanti, poi, forse senza avvedercene, questo sentimento lascerà il posto a una sensazione di frustrazione. Una sottile voce interiore si chiederà: se siamo noi genitori dei nostri genitori, noi di chi siamo figli?

Dal momento che noi siamo adulti e loro sembrano regredire, cadiamo facilmente nella trappola di sentirci più grandi di loro. Il loro bisogno ci fa dimenticare che la differenza di età che c’è fra noi e i nostri genitori non cambia col passare del tempo. Scordiamo che, nonostante noi siamo forse più istruiti e informati, la loro esperienza di vita, per esempio l’esperienza della vecchiaia e dell’avvicinarsi della morte che anche noi dovremo affrontare, è sicuramente maggiore della nostra. Sottovalutiamo il fatto che hanno ancora molto da insegnarci.

Non riconoscendo il nostro posto di figli, cioè di quelli che hanno ricevuto e continuano a ricevere, stentiamo a trovare il nostro posto anche nelle altre relazioni affettive. Perdendo di vista il nostro punto di partenza, diventiamo come orfani e questa condizione interiore ci spinge, più o meno consapevolmente, a comportarci con i fratelli, con il coniuge, con i figli e con i colleghi di lavoro come bambini in cerca di una identità.

Spesso occorre ripercorrere a ritroso la storia del nostro mondo interiore per arrivare a riconoscere quanto sia stato importante, quando eravamo bambini, tentare di ricompensare i nostri genitori del dono della vita. Arrivando all’origine del nostro mondo affettivo, scopriamo quanto sia ancora forte per noi la speranza di accontentare le loro richieste con le nostre cure e, così, ricompensarli per quello che hanno fatto per noi. E la annessa frustrazione derivante dal fatto di non poterci riuscire.

Il modo per uscire da questa difficoltà è riconoscere che il dono della vita è una cosa che non può essere compensata. Quando siamo nati, qualunque cosa sia successa in seguito, abbiamo contratto un debito con i nostri genitori che, per quanto ci sforziamo, non possiamo risarcire. Possiamo solo attenuarlo, facendo figli a nostra volta oppure dedicandoci a loro quando ne hanno bisogno. Non possiamo rendere quello che ci è stato dato, ma possiamo sentire la forza di questo desiderio profondo e usarla per crescere i nostri figli, anche in loro nome, o per occuparci più in generale dei piccoli che ci è dato di incontrare ed adoperarci per il loro futuro.

Di fronte alla vita si può solo prendere il dono ricevuto come una grande forza e cercare di usarlo al meglio delle nostre possibilità per farne qualcosa di buono”.

per RuYi, Stefano Saviotti

io ci sarò.

costellazioni familiari

Il riso e il pianto

 

Mi faceva piacere informarvi del prossimo seminario di Costellazioni Familiari dal titolo
“Il riso e il pianto” si terrà il 4 dicembre nel Centro RuYi in via Lame 69 a Bologna.

Il seminario è aperto a tutti e fa anche parte del programma di formazione base per Mediatore Familiare e Sistemico.

Ed eccovi un breve spunto di riflessione sul tema che verrà trattato:

“Siamo abituati a credere che il riso sia una manifestazione di gioia e il pianto una espressione di dolore, ma non sempre è così.

A volte si ride per imbarazzo, si sostituisce con il riso qualcosa che non possiamo, non riusciamo o non vogliamo dire.

A volte, invece, piangiamo per rabbia, per frustrazione o per impotenza, perché troviamo sul nostro cammino un ostacolo apparentemente insuperabile, qualcosa che ci tocca da vicino, ma sembra non dipendere da noi.

Con un sorriso ci apriamo e accogliamo gli altri, ma esiste anche lo scherno e la derisione. Ridere di gusto apre il cuore, ma usiamo l’ironia tagliente e il sarcasmo per tenere a distanza e svilire chi non sta al nostro gioco. Ridiamo senza pudore, ma ci vergogniamo a piangere, come se ridere fosse una dimostrazione di forza e invece piangere una ammissione di debolezza.

Con il riso ci espandiamo per affermare, con il pianto ci riduciamo per chiedere. A volte il riso costituisce uno schermo dietro il quale nascondiamo i nostri veri sentimenti e il pianto rivela l’esistenza di una frattura, di un conflitto interiore che non trova soluzione. Così il riso diventa il modo per nascondere a se stessi una qualche verità e il pianto, invece, rappresenta una prima ammissione che qualcosa di nuovo potrebbe succedere.

Andando più in profondità, certi sorrisi manifestano la fedeltà nascosta ad un legame, la fermezza sciocca che inconsapevolmente ci prende di fronte a un comportamento a cui siamo vincolati, senza chiederci a cosa serva o a chi appartenga. Dietro a certi sorrisi si nasconde un no, l’impossibilità di cambiare una vecchia decisione, forse neanche nostra. Certi pianti, invece, fanno trapelare il riconoscimento di un sentimento che ha difficoltà a mostrarsi, perché temiamo il dolore che ci provocherebbe il lasciarlo andare. In questo caso, il riso rappresenta la conferma di un legame non riconosciuto e il pianto la nostra esigenza di trasformarlo.

Sia il riso che il pianto possono essere una liberazione. Il riso spesso si limita a darci un rilassamento nervoso, l’allentarsi di una tensione emotiva. Il pianto fa emergere un sentimento profondo che accompagna una vera commozione, lo scioglimento di un peso del cuore.

Spesso, in questi casi, riso e pianto si associano, facendoci forse sentire stupidi, ma lasciandoci, poi, una maggiore serenità e leggerezza.

Riuscire a ridere e a piangere ci mantiene in contatto con il nostro sentire, lo rende elastico e dona ampiezza al nostro sguardo.

Essere capaci di gioire, quando la vita si afferma, e di commuoverci, quando la vita è impedita, ci rende più umani, confermandoci che quello che stiamo facendo, cioè vivere, cioè accogliere quello che ci viene incontro per quanto difficile sia, è la cosa migliore che, nella nostra attuale, umana condizione, possiamo fare”.  

costellazioni, psicoterapia

“la felicità è più leggera di una piuma…”

“La felicità è più leggera di una piuma; nessuno sa afferrarla. La disgrazia è più pesante della terra; nessuno sa lasciarla cadere”. Questo è un brano di una poesia contenuta nel ZhuagZi, uno dei testi su cui si fondò nella Cina tradizionale la Scuola del Dao, la sigla che ha raccolto la sapienza dei cinesi antichi. Esso si riferisce ad un fenomeno che possiamo osservare ancor oggi: siamo più attaccati a ciò che ci fa soffrire che non a ciò che ci alleggerisce.

Cosa c’è di così attraente nella infelicità? Riuscire a rispondere a questa domanda ci aiuterebbe forse a comprendere perché ci ammaliamo, perché le notizie cattive interessano di più di quelle buone, perché stare bene prima o poi ci mette in imbarazzo, al punto che il benessere è diventato al massimo l’obiettivo di una vacanza e non può essere quello della vita di tutti i giorni.

Quante volte ci siamo trovati a dire: “Capitano  tutte a  me”! A chiederci, in modo frequente oppure in certi momenti topici della nostra vita, come mai il destino sembra accanirsi contro di noi. C’è un proverbio che dice: “La  fortuna è cieca, ma la sfortuna ci vede benissimo”. Questa espressione popolare sembra avvertirci che, almeno in parte, siamo noi stessi a lasciare che le disgrazie ci prendano di mira, che la sfortuna ci colpisce anche perché, nostro malgrado, ci mettiamo  nella  condizione di attirare la cattiva sorte.

Ma come si fa ad essere spensierati, quando attorno a noi c’è tanta sofferenza? Come possiamo aspirare ad essere felici se qualche nostro congiunto soffre o ha sofferto in passato? O se, addirittura, un membro della nostra famiglia ha incontrato un destino tragico che lo ha strappato dalla vita prematuramente o non gli ha consentito di vivere l’affetto dei suoi, perché escluso, allontanato, infermo o menomato?

Una delle forze che fa vivere i sistemi familiari chiede che le sofferenze siano compensate, che tutti gli appartenenti abbiano in uguale misura dignità e mezzi di sussistenza. Sentiamo, quindi, ingiusto desiderare qualcosa che altri non hanno avuto. A volte ci facciamo anche carico delle sofferenze dei nostri familiari nella speranza infantile di sollevarli dai loro pesi. Il desiderio di sacrificarci per loro ci spinge a rinunciare alla pienezza della vita.

Questa rinuncia ci fa sentire importanti, ma ci porta ad assumere la parte di chi è stato trattato ingiustamente, la parte della vittima. Nel ruolo di vittime, proviamo la potente ebbrezza che ci viene dal sentirci in credito, ma, al tempo stesso, attiriamo su di noi le tensioni distruttive che ci circondano.

Ad un livello più profondo possiamo sentire che essere infelici non giova a chi è o è stato infelice. Ai margini del gran mare del dolore, che tutti condividiamo, esiste una spiaggia che si chiama gratitudine. Da questo luogo interiore possiamo rischiare e testimoniare le sofferenze vissute da chi ci ha preceduto, proprio cogliendo le occasioni che ci vengono offerte di essere felici, riconoscendo in questo modo il valore del loro sacrificio.

Questo è il bellissimo tema che verrà trattato nel prossimo seminario di  Costellazioni Familiari, il 12 dicembre 2010, presso la sala CSAPSA in via S.M. Maggiore 1 a Bologna.

Il seminario è aperto a  tutti coloro che desiderano migliorare la propria salute e le proprie relazioni.

Il seminario fa parte della formazione base per Mediatore Familiare e Sistemico.

Mediatore: dott. Stefano Saviotti

Accompagnatrice: dott.ssa Diana Marchesi

Data: domenica  12 dicembre 2010

Orario: ore 9.00 iscrizione, ore 9.30 inizio, ore 13.00 pausa pranzo,

ore 15.00 ripresa, ore 18.30 conclusione

Luogo: CSAPSA via S.Maria Maggiore, 1 Bologna

Costo: € 70.00 (coppie € 120.00, bambini e adolescenti gratis)

più tessera associativa RuYi € 10.00

Agevolazioni: studenti e pensionati sconto 10%

Informazioni ed iscrizioni: mail: info@ruyi.it, sito: www.ruyi.it , tel. 051477982 – 3386002461(Alessandra)

costellazioni familiari

“le medicine sono amare”

Domenica 24 ottobre, nella sala CSAPSA in via S.M. Maggiore 1 Bologna, si terrà il prossimo seminario di Costellazioni Familiari dal titolo  “Le medicine sono amare”. L’incontro è aperto a tutti.

“Le medicine sono amare”

Sentiamo parlare spesso dei progressi della medicina. Sentiamo affermare che molte malattie, un tempo incurabili, sono state rese innocue dai nuovi farmaci creati da una ricerca sempre più avanzata. Per molte altre malattie, però, non si è giunti ancora alla scoperta risolutiva. Tuttavia la battaglia continua e, col contributo di tutti, sarà senza dubbio vinta in breve tempo.

La medicina occidentale, essendo una medicina sociale, si attribuisce, in parte a ragione, i meriti ottenuti in realtà molto di più dal progresso sociale che dalle sue scoperte. Molte malattie tipiche della fase più aggressiva della modernità sono state messe sotto controllo in Europa più dall’assenza di guerre e dalle migliori condizioni di vita degli strati meno abbienti che non direttamente dalla medicina stessa. Queste malattie in altri paesi, dove la modernità ha esportato guerra e miseria, continuano ad infuriare, nonostante l’uso dei farmaci, magari sotto nomi diversi (immunodeficienze).

Il problema non è tanto, come sostiene la medicina occidentale, scoprire farmaci nuovi e più efficaci. Il problema è in primo luogo che si creino le condizioni di vita che consentano una migliore salubrità diffusa. In secondo luogo, ottenuto questo, ciò che ostacola la guarigione è che, quando siamo malati, c’è qualcosa in noi che non vuole fare a meno della malattia. Per cui spesso rifiutiamo le medicine che ci guarirebbero, ma accettiamo volentieri i farmaci che rendono tollerabili e socialmente accettate le nostre malattie.

Guarire, com’è di solito inteso, sembra voler dire adottare una soluzione che ci consenta di smettere di soffrire un certo disturbo, mantenendo inalterato tutto il resto. Smettere di essere malati continuando a pensare, mangiare, lavorare, muoverci come prima, mantenendo, inoltre, gli stessi sentimenti nei confronti delle persone che più contano per noi.

Guarire, invece, vuol dire accogliere i cambiamenti, dare spazio all’interiorità che vuole emergere. Questo in un certo senso è normale: vuol dire crescere. Ma crescere implica abbandonare il vecchio e fare spazio al nuovo, cosa non sempre facile. Non sempre abbiamo la forza di liberarci da un’abitudine sostenuta da un sentimento profondo, che ci ha accompagnato fin qui. Questo ci ha dato un malessere che conosciamo, perché ormai connaturato in noi, ma ci ha dato anche la grandezza di essere riusciti a farcela nonostante tutto. Guarire significa lasciare andare la malattia, vuol dire anche perdere quella grandezza che ci ha sostenuto, “saltare il fosso senza sapere se le nostre scarpe ci aspetteranno dall’altra parte.”

“Prima male, dopo meglio” dice spesso Li Xiao Ming, maestro di QiGong. Tutte le medicine necessarie esistono già e forse sono sempre esistite. Queste medicine, qualunque sia la loro natura, si riconoscono dal loro effetto. Gli anestetici chimici ci promettono un sollievo che non cambia le cose, queste, invece, in un primo tempo ci infastidiscono con la loro amarezza, ma col tempo ci sentiamo stranamente più leggeri.

Mediatore: dott. Stefano Saviotti

Accompagnatrice: dott.ssa Diana Marchesi

Data: domenica  24 ottobre 2010

Orario: ore 9.00 iscrizione, ore 9.30 inizio, ore 13.00 pausa pranzo, ore 15.00 ripresa, ore 18.30 conclusione

Luogo: CSAPSA via S.Maria Maggiore, 1 Bologna

Costo: € 70.00 (coppie € 120.00, bambini e adolescenti gratis) più tessera associativa RuYi € 10.00

Agevolazioni: studenti e pensionati sconto 10%

Informazioni ed iscrizioni: mail: info@ruyi.it, sito: http://www.ruyi.it , tel. 051477982 – 3386002461(Alessandra)

 

 

e se vi và… ascoltate questa bellissima poesia… e un pò starete subito meglio: leggerezza. Giorgio Gaber

leggerezza

costellazioni familiari, psicoterapia

IL LEGAME E LA LIBERTA’

Domenica 6 giugno si terrà l’ultimo seminario di Costellazioni Familiari a Bologna, dal titolo “Il legame e la libertà”.

L’incontro è aperto a tutti ed è particolarmente dedicato a quelli che si chiedono cosa sia per loro la libertà.

Il seminario fa parte della formazione base per Mediatore Familiare e Sistemico.

Ha scritto B. Hellinger, inventore delle Costellazioni Familiari: “La nostra libertà cerca qualcosa. Non appena lo trova, è giunta a destinazione e smette di cercare. Esiste anche una libertà senza ricerca. Si allontana da qualcosa invece di avvicinarsi. Non giunge mai all’obiettivo e non smette mai. Se la nostra libertà è alla ricerca di un obiettivo lo serve e ha forza. La libertà senza meta – tranne che l’obiettivo di allontanarsi da qualcosa – resta vuota.”

La libertà sembra essere un valore molto sentito nella nostra cultura. Spesso ci viene ripetuto che il nostro modo di vivere si distingue da quello di altre epoche e di altri paesi per il fatto che è fondato sulla libertà. Siamo anche abituati a considerare l’osservanza di certe regole di comportamento, così importante in altre culture, come un limite alla libertà individuale, come obblighi superati da cui, per nostra fortuna, ci siamo liberati.

Il nostro mondo ci chiede di essere degli individui indipendenti e ci offre in cambio la libertà di scegliere fra una grande varietà di oggetti e di servizi. Tanto più grande è la nostra capacità produttiva, tanto più ampia sarà la nostra possibilità di scelta e di movimento. Siamo posti continuamente di fronte alla mancanza di un limite nelle possibilità offerte nel godimento di ogni tipo di beni. Basterebbe comprare la cosa che desideriamo o, meglio ancora, vincere alla lotteria per essere veramente liberi e quindi felici…

Siamo spinti perfino credere che la libertà consista nell’essere indipendenti dalla propria eredità – come se un fiume potesse rendersi indipendente dalla propria sorgente o una pianta dal proprio seme. La cultura moderna, come in una crisi adolescenziale, crede di poterci liberare dai vincoli che ci limitano, ribellandosi ad essi. In questo modo, però, si ottiene soltanto di farli agire in modo sotterraneo, senza che ce ne rendiamo conto.

Quante volte ci siamo accorti di comportarci proprio come il genitore dal cui esempio vorremmo svincolarci! Lottare contro i legami biologici può dare a un ragazzo quella impressione di autodeterminazione che gli serve per affacciarsi al mondo. Da adulti, invece, ci si rende conto che questa lotta ci porta a costruire legami fragili, basati sulla presunzione di essere migliori di chi ci ha dato la vita, sulla fatica di non essere come loro e sulla paura di ripetere gli stessi errori.

Non riconoscere la forza dei nostri legami familiari trasforma il desiderio di libertà in una fuga, una libertà da, invece che una libertà per. Nello sforzo di non sentirci prigionieri, rischiamo di perdere il contatto con le energie profonde che agiscono in noi. Al contrario, si può raggiungere un certo grado di indipendenza dai legami biologici, solo riconoscendone e rispettandone la forza. Se riusciamo a riconoscere la traccia su cui si muove il nostro destino, anche se non ne comprendiamo completamente i termini, ci accorgiamo che libertà e legame si appartengono. Allora siamo liberi di essere noi stessi e quindi di dirigerci naturalmente verso il nostro bene.

Mediatore: dott. Stefano Saviotti

Accompagnatrice: dott.ssa Diana Marchesi

Data: domenica  6 giugno 2010

Orario: ore 9.00 iscrizione, ore 9.30 inizio, ore 13.00 pausa pranzo,

ore 15.00 ripresa, ore 19 conclusione.

Luogo: CSAPSA via S.Maria Maggiore, 1 Bologna

Costo: € 70.00 (coppie € 120.00, bambini e adolescenti gratis)

più tessera associativa RuYi € 10.00

Agevolazioni: studenti e pensionati sconto 10%, soci Coop sconto 15%

Informazioni ed iscrizioni: mail: info@ruyi.it, sito: www.ruyi.it , tel. 051477982 – 3386002461(Alessandra)

costellazioni, costellazioni familiari, psicoterapia

il messaggio dei sintomi

Prossimo incontro con le Costellazioni Familiari: domenica 11 aprile a Bologna!

Ecco una breve descrizione del tema trattato:

“I sintomi, sia quelli transitori, sia quelli ricorrenti, sono trattati dalla medicina occidentale come un disturbo che occorre tacitare con ogni mezzo. La medicina occidentale si è assunta infatti il compito di mantenere, per quanto possibile, la nostra efficienza, proponendosi di annullare gli effetti di tutto ciò che potrebbe allentare o interrompere il legame che tiene uniti i suoi membri alla società. In questo modo ci aiuta a mantenere il nostro posto nella comunità, ma ci spinge a trascurare il messaggio che il corpo ci sta inviando.

Sottoposto a cure soppressive, il corpo, se si tratta di una informazione importante, cercherà in ogni modo di ribadirla, manifestando sintomi apparentemente diversi, ma sempre inerenti al problema che sta vivendo. Segnalerà le sue esigenze, sviluppando disturbi ad un livello via via sempre più profondo, fino a limitare o interrompere una funzione organica. Se il suo messaggio continuerà a non essere ascoltato, renderà cronico il disturbo, abbandonando in tutto o in parte la funzione che non riesce più a gestire.

Spesso gravi malattie sono l’ultimo atto di disturbi lievi che, se interpretati correttamente, suggeriscono un cambiamento esistenziale, necessario al mantenimento della salute. Trascurare o anche enfatizzare questi segnali crea una distanza da se stessi potenzialmente pericolosa. Trascurarli mette a rischio la salute organica,  enfatizzarli crea una situazione ansiosa che impedisce la chiara visione della situazione.

La medicina psicosomatica suggerisce di prendere in considerazione cosa il disturbo ci impedisce di fare. Questo modo di vedere ha il merito di restituire al corpo la sua intelligenza e di collegarlo con le forze energetiche e psichiche che lo animano. Riconsegnando a chi soffre la propria responsabilità, gli offre la possibilità di ricondurre il sintomo al problema realmente vissuto dalla persona nel suo complesso. Di rado però, la comprensione verbale e, quindi, solo mentale della situazione è di aiuto per una vera risoluzione.

Nelle rappresentazioni con le Costellazioni Familiari, i sintomi ricorrenti o permanenti sono messi in relazione con i legami che ci connettono al nostro sistema familiare. Se nella nostra vita affettiva o in quella dei nostri genitori o di altre persone critiche della famiglia qualcosa è rimasto incompiuto e chi ha vissuto la frattura non ha avuto la forza di comprenderla, il sintomo ci avvisa che è venuto il momento di riconsiderare la cosa.

Essendo il corpo l’aspetto visibile dell’anima, esso ha proprio il compito di manifestare quello che si muove nell’interiorità. Il sintomo è il segnale che sta avvenendo un movimento interno che chiede di essere considerato. Il riconoscimento di questo movimento ci darà delle indicazioni sorprendentemente precise per procedere nella direzione del suo compimento. La sofferenza che il disturbo ci ha arrecato acquisisce così un senso, lasciandoci, non solo meno addolorati, ma anche più vicini a noi stessi.”

Mediatore: dott. Stefano Saviotti

Accompagnatrice: dott.ssa Diana Marchesi

Data: domenica  11 aprile 2010

Orario: ore 9.00 iscrizione, ore 9.30 inizio, ore 13.00 pausa pranzo, ore 15.00 ripresa, ore 19 conclusione.

Luogo: CSAPSA via S.Maria Maggiore, 1 Bologna

Costo: € 70.00 (coppie € 120.00, bambini e adolescenti gratis) più tessera associativa RuYi € 10.00

Agevolazioni: studenti e pensionati sconto 10%, soci Coop sconto 15%

Informazioni ed iscrizioni: mail: ruyi@fastwebnet.it, sito: http://www.ruyi.it

tel. 051477982 – 3386002461(Alessandra)

Vi aspetto!!

costellazioni, costellazioni familiari, psicoterapia

seminario di costellazioni familiari: “la rabbia”

Domenica 21 marzo nella sala CSAPSA in via S.M.Maggiore 1, a Bologna, si terrà un seminario di Costellazioni Familiari dal titolo”La rabbia”.

L’incontro è aperto a tutti coloro che intendono guardare con più chiarezza alla propria realtà affettiva.

Di seguito, trovate le informazioni necessarie e una breve introduzione all’argomento proposto.

Il seminario si inserisce nel percorso di formazione base per Mediatore familiare e sistemico.

Siamo in un autobus affollato e qualcuno ci pesta il piede, oppure siamo nel traffico e qualcuno impedisce alla nostra auto di passare. Se fossimo ben presenti a noi stessi diremmo o faremmo qualcosa per chiedere a chi ci calpesta o ci ostacola di stare più attento. Invece spesso di fronte ad un impedimento non agiamo, ma preferiamo rimanere nel disagio.

La rabbia è un sentimento che serve a suscitare una reazione, a tirare fuori l’aggressività che necessaria per conservare il nostro posto quando è minacciato. Il mancato funzionamento di un meccanismo così naturale ci fa capire che chi non è arrabbiato non ha difficoltà ad arrabbiarsi all’occorrenza: egli sa che, ottenuto il suo scopo l’aggressività svanisce. Chi è profondamente arrabbiato invece si arrabbia difficilmente, se lo facesse entrerebbe in contatto con qualcosa che la rabbia nasconde, quindi preferisce sentirsi superiore, soffrire piuttosto che agire, e rinnovare così le ragioni del suo risentimento.

Nella Medicina Tradizionale Cinese la rabbia è una emozione collegata con l’attività del circuito energetico fegato/cistifellea, che rappresenta nell’organismo umano la fase energetica dei vegetali (legno). L’aggressività che si placa una volta raggiunto lo scopo di proteggerci, che si mantiene quindi su di un piano concreto, è la dote naturale delle piante, che si adattano e proliferano appena si creano le condizioni necessarie. La stasi di questa forza, il suo trasferimento sul piano mentale, la rabbia nei confronti dei supposti aggressori e non di quelli veri, serve a sostituire qualcos’altro.

La rabbia che permane, come condizione emotiva di fondo, è un sentimento secondario. La rabbia è più facile della paura e molto più facile del dolore. Ci arrabbiamo con qualcuno perché lo temiamo o semplicemente non lo conosciamo.  Ci arrabbiamo con qualcuno perché non abbiamo la  forza di soffrire per la sua perdita.

Tutte le separazioni suscitano sentimenti luttuosi. Spesso ammettere una mancanza irreparabile, a causa della scomparsa o dell’allontanamento di una persona cara, non è facile. Allora ci arrabbiamo, perché non riusciamo né a  vivere fino in fondo il sentimento della perdita, né a farne a meno. Arrabbiandoci con chi ci manca o con un suo sostituto, fissiamo la perdita, facciamo i conti con essa coltivandola ogni giorno, come se fosse una pianta che non può fare a meno delle nostre cure.

In certi casi la rabbia può essere anche un modo per sentirci collegati ad un famigliare. Per quanto attenuata, l’aggressività che non trova espressione si riversa sull’elemento più debole del sistema, che diventa oggetto dell’aggressività oppure suo interprete. Spesso il figlio vive la rabbia che il genitore, a sua volta troppo arrabbiato, non riesce a manifestare. Anche questa rabbia sostituisce un altro sentimento più difficile da vivere, ma di cui non è facile riconoscere l’origine, perché si tratta di un sentimento non vissuto, ma ereditato.

Mediatore: dott. Stefano Saviotti

Accompagnatrice: dott.ssa Diana Marchesi

Data: domenica  21 marzo 2010

Orario: ore 9.00 iscrizione, ore 9.30 inizio, ore 13.00 pausa pranzo,

ore 15.00 ripresa, ore 19 conclusione.

Luogo: CSAPSA via S.Maria Maggiore, 1 Bologna

Costo: € 70.00 (coppie € 120.00, bambini e adolescenti gratis) più tessera associativa RuYi € 10.00

Agevolazioni: studenti e pensionati sconto 10%, soci Coop sconto 15%

Informazioni ed iscrizioni: mail: ruyi@fastwebnet.it, sito: www.ruyi.it – tel. 051477982 – 3386002461(Alessandra)

costellazioni familiari

“riconoscere ciò che c’è”

Domenica 21 febbraio, a Bologna, ci sarà un seminario di Costellazioni Familiari. Il tema dell’incontro è: “Riconoscere cio che è”.

‘Riconoscere ciò che è’ è il titolo del più conosciuto tra i libri di B. Hellinger, inventore delle Costellazioni Familiari. Come spesso gli è capitato, egli è riuscito a condensare in una frase semplice molti significati, i più importanti dei quali, più che darci una conoscenza distinta, ci suggeriscono di guardare nel concreto delle nostre esperienze esistenziali con una prospettiva diversa.

In primo luogo, perchè si parla di ‘riconoscere’ e non di ‘conoscere’? La nostra cultura ci ha abituato a pensare che il sapere sia una conquista, che equivalga al possedere, che conoscere sia un ‘capire’ (lat. capio, ‘afferrare’). In effetti, in molti aspetti della nostra vita sociale sapere è indispensabile. Occorre essere informati su molte cose per potersi destreggiare tra le mille regole, con annesse sanzioni, del vivere civile.

Questo modo di pensare però, viene applicato non solo ai rapporti sociali, ma anche agli aspetti personali dell’esistenza: alla salute e alle relazioni affettive. Si va comunemente dal medico per avere una diagnosi, cioè per sapere da quale malattia siamo affetti. Il medico stesso non prescriverà una cura, se non dopo aver saputo dalle analisi di cosa si tratta. Anche lo psicologo, pur muovendosi su un terreno meno solido, cercherà di dare un’etichetta al nostro disturbo. Perfino l’analista ci proporrà un lungo percorso di ricerca al fine di farci ricostruire la storia delle nostre sofferenze psichiche individuali, affinché ciò che è stato seppellito nell’inconscio sia di nuovo conosciuto.

Nel riconoscere invece, si intende un movimento psicologico diverso. Nel conoscere ci si mette dall’esterno di se stessi, alla ricerca di qualcosa che supponiamo di non sapere o di non sapere più. Nel riconoscere invece, si mette in moto qualcosa di interno, si scopre un sentimento che c’era già, ma che non eravamo in grado di afferrare e di collocare nel quadro d’insieme. Riconoscere avviene quando riusciamo ad ammettere che dietro ad una difficoltà attuale si nasconde qualcosa di incompiuto nelle nostre relazioni affettive primarie.

In secondo luogo, ‘riconoscere ciò che è’ costituisce una vera e propria indicazione terapeutica. Il fatto stesso che negli incontri di Costellazioni Familiari abbiamo la possibilità di riconoscere i sentimenti profondi che ci muovono, è di per se stesso curativo. Forse in un primo tempo emergerà una sofferenza e questo richiederà un certo coraggio, ma spesso poi ci si sente alleggeriti, anche senza bisogno di ulteriori lenitivi farmaceutici o psicologici.

Se è sicuramente vero che è all’interno del nostro sistema familiare che sono nate le nostre difficoltà, è altrettanto vero che da esso vengono gli strumenti per trasformarle in risorse. ‘Riconoscere ciò che è’ apre ad una nuova prospettiva interiore con cui guardare a ciò che è avvenuto e quindi  predispone all’eventuale miracolo del suo compimento.

Mediatore: dott. Stefano Saviotti

Accompagnatrice: dott.ssa Diana Marchesi

Data: domenica  21 febbraio 2010

Orario: ore 9.00 iscrizione, ore 9.30 inizio, ore 13.00 pausa pranzo, ore 15.00 ripresa, ore 19 conclusione.

Luogo: CSAPSA via S.Maria Maggiore, 1 Bologna

Costo: € 70.00 (coppie € 120.00, bambini e adolescenti gratis) più tessera associativa RuYi € 10.00

Agevolazioni: studenti e pensionati sconto 10%, soci Coop sconto 15%

Informazioni ed iscrizioni: mail: ruyi@fastwebnet.it, sito: www.ruyi.it

tel. 051477982 – 3386002461(Alessandra)